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07/10/2008 Se sbagli il cibo, finirai divorato
 

Se sbagli il cibo, finirai divorato

Veronesi: “Dopo il latte cinese, globalizziamo la sicurezza alimentare”

Food and water for life» potrebbe sembrare una tautologia.
A che servono cibo e acqua, se non ad alimentare la vita?

È provocatorio il titolo della Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza:
la distribuzione ingiusta e l’utilizzo irrazionale delle risorse alimentari e idriche fa sì che da una parte del mondo le fonti della vita scarseggino, provocando fame e malnutrizione, mentre dall’altra siano troppo abbondanti, dando origine ad epidemie legate al troppo cibo.

La crisi alimentare mondiale si avverte così ovunque: dai Paesi più poveri, che soffrono la fame e la sete e si lacerano nelle «guerre del cibo», ai nuovi ricchi, come la Cina, periodicamente scossi da scandali alimentari (quello del latte è solo l’ultimo), fino all’Occidente affluente, dove le persone non sanno difendersi dall’obesità, si preoccupano dell’aumento dei prezzi degli alimenti e sono terrorizzati: il problema della sicurezza li angoscia, soprattutto in rapporto ai pesticidi e ai metodi di allevamento.

Il cibo è un’ossessione, come l’energia, a cui vengono correlate paure reali e immaginarie. In Occidente il cibo non è mai stato sicuro come ora, eppure la gente si abbandona ad un panico irrazionale se sente parlare, senza però una vera conoscenza in merito, di additivi o di modificazioni genetiche: tutti sistemi studiati per migliorare la qualità del cibo.

Allora, come la crisi energetica, anche la crisi alimentare necessita di una gestione che metta insieme le forze intellettuali e le conoscenze di cui disponiamo e di una forte azione informativa. Sono falliti gli ultimi vertici mondiali sulla crisi alimentare. Tanto rumore per nulla è il risultato degli ultimi summit: della Fao a Roma, dei G8 a Tokyo, del WTO a Ginevra. La Conferenza di Venezia, invece, vuole parlare alla gente e vuole proporre soluzioni concrete per ripristinare l’equilibrio originario del Pianeta, in cui acqua e cibo sono in realtà disponibili in quantità sufficienti per garantire la vita ai suoi abitanti. Il nostro messaggio è chiaro: riportare cibo ed acqua ad essere fonti di vita e benessere è possibile con un’azione di riequilibrio che coinvolge tutta la società.

Tre le proposte in questa direzione. La prima è aumentare la produttività dei terreni senza sacrificare i boschi. Ogni anno si perdono 13 milioni di ettari di foreste per agricoltura e pascoli e solo il 13% del polmone verde è protetto. Bisogna fermare il disboscamento, perché le foreste sono la nostra riserva di ossigeno. La soluzione è far produrre di più i terreni agricoli esistenti, sfruttando le nuove conoscenze sulla possibilità di ricambi multipli di coltivazioni annuali, nonché le scoperte genetiche che permettono di ottenere piante che resistono alla siccità o capaci di crescere in terreni salini.

La seconda proposta è utilizzare in modo più razionale l’acqua per ottenere quantità sufficienti di acqua potabile e veder crescere coltivazioni anche nelle zone che ne sono povere. La scienza, con l’aiuto della tecnologia, ha messo a punto sistemi per la desalinizzazione dell’acqua degli oceani con l’utilizzo dell’energia solare, per la depurazione delle acque reflue impiegate dalle industrie e dalla popolazione, per l’irrigazione senza spreco.

La terza proposta è bloccare l’aumento del consumo di carne, perché buona parte dei prodotti agricoli è utilizzata per alimentare i 3 miliardi di animali da allevamento. Mangiare meno carne nel mondo occidentale è un obiettivo etico sostenuto da molti studiosi, intellettuali, economisti. Rajendra Pachauri, Nobel per la pace 2007 con Al Gore, ha lanciato un appello per una dieta vegetariana. In effetti la progressiva riduzione della carne nella dieta non è più una scelta, ma una necessità per il pianeta. Che succede se Cina e India assumono le abitudini occidentali di tipo carnivoro? Ci aspetta un domani in cui ci saranno più animali da macellare che uomini per mangiarli?

I dati sono altrettanto inquietanti per l’acqua. Un miliardo di persone non ha accesso a fonti pulite e quella per l’agricoltura è un bene scarso. Occorrono mille litri per produrre un chilo di pane e 15 mila litri per la stessa quantità di manzo. La dieta prevalentemente carnivora di una minoranza della popolazione crea danni enormi alla maggioranza degli abitanti della Terra. Oltre che a lei stessa. Le malattie causate dal sovrappeso e dall’obesità interessano un miliardo di persone, un numero superiore agli 850 milioni che soffrono di denutrizione. Per il cancro, ad esempio, sappiamo che il 30% dei tumori è dovuto all’alimentazione troppo ricca di grassi insaturi; inoltre alcune forme, come il cancro intestinale, sono correlate al consumo di carne, mentre altre, come il tumore dell’endometrio, sono legate all’obesità. Occorre allora fissare una soglia di consumo di carne in modo che i Paesi convergano verso lo stesso livello.

Ciò che auspichiamo non è una rivoluzione improvvisa nelle abitudini alimentari, ma l’evoluzione verso una dieta più verde. Penso che mangiare carne al massimo tre volte alla settimana sia una proposta ragionevole, perché vuole dire dimezzare il consumo di carne nei Paesi industrializzati. Potrebbe anche essere un’evoluzione gradevole. Nel nostro Paese si tratterebbe di riscoprire la dieta mediterranea, decretata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
(24 settembre 2008)

UMBERTO VERONESI (Istituto Europeo Oncologico - Milano)

www.lastampa.it

 
 

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